Dopo gli schiaffi alla compagna ora la riabilitazione consapevole

Dopo gli schiaffi alla compagna ora la riabilitazione consapevole
gennaio 08 17:58 2018

Il primo caso di uomo maltrattante in terapia di recupero

di Rosita Mercatante

Un vile, un essere abominevole. Non ci sono mezzi termini quando si parla di un uomo che ha usato la violenza sulla moglie, sulla compagna, sulla fidanzata, sulla ex.

Non esiste giustificazione a cui si possa ricorrere per discolparlo. Qualunque sia stata la circostanza che lo ha indotto ad agire in questo modo, il suo resta sempre un gesto riprovevole e da condannare.

E quelle rare volte in cui la vittima riesce a denunciare l’accaduto, il “maltrattante” dovrà espiare la sua pena. Ma la sua condanna non può e non deve bastare: quell’uomo oltre a pagare per il suo errore, deve comprenderlo, deve analizzarlo, deve superarlo. Un errore che non deve ripetere.

Un percorso difficile che si può intraprendere se c’è la volontà di cambiare e di affidarsi a degli esperti che ascoltano, guidano, motivano l’autore degli atti violenti verso la “risalita”.

Spesso sono uomini in preda ad una crisi perché l’ultimo episodio di violenza si è rivelato di una gravità inaccettabile anche per loro, la donna è finita al pronto soccorso oppure sono intervenute le forze dell’ordine.
Come è accaduto al catanzarese Attilio (nome di fantasia),  56 anni, che da circa un anno e mezzo si è messo a nudo con gli operatori del Centro Calabrese di Solidarietà (il primo caso di “uomo maltrattante” che ha usufruito di questo servizio di ascolto) e ha poi accettato di rilasciare un’intervista all’ufficio stampa del locale Centro di servizi per il volontariato.

Dichiarazioni da cui trapela il pensiero di quella sera sporcata dai due veri ceffoni mollati alla propria compagna. Da qui inizia il suo racconto: “Ricordo il viso rosso e gli occhi sgranati di lei: poi le grida, i pianti, l’uscita di corsa fuori.
E infine la notte trascorsa in caserma, mentre lei stava nascosta in una casa protetta. Prima di allora, tiene a precisare, non era mai andato oltre le grida o le parolacce”.
Un racconto che fa rabbrividire, che riporta la mente a rispolverare tutti i tragici episodi in cui la dignità della donna è stata violata, calpestata, nella maggior parte dei casi tra le mura domestiche e per mano di una persona da cui si sarebbe dovuto ricevere solo amore.

Si fa un passo avanti. Anche il lettore lo fa quando è Attilio ad affermare: “Mi sto seriamente impegnando ad essere una persona migliore. Sono orgoglioso di quello che sono riuscito a fare per venirne fuori”.

E aggiunge: “Ho capito di non avere un problema con le donne, ma di contenimento della mia rabbia, delle mie frustrazioni accumulate per anni. Avevo bisogno d’aiuto, ne ho ancora bisogno. È un percorso che consiglierei a tutti, perché a volte è più facile confessare ciò che si prova a chi non si conosce”.

Attilio è sicuro di non ricaderci, anche se, dopo un anno e mezzo di colloqui, individuali e di gruppo, ammette di non riuscire ancora a fare a meno di un professionista sensibile e preparato ad ascoltarlo, che sappia guardarlo negli occhi e che gli dica cosa fare e dove andare.

Dopo aver conosciuto questa storia, dal risvolto positivo, c’è da riflettere, come fa notare la giornalista del CSV Benedetta Garofalo, su un dato: “quest’uomo se non fosse stato spinto dal suo avvocato a rivolgesi al centro d’ascolto forse non l’avrebbe mai fatto di sua iniziativa”.

Dunque, l’obbligatorietà di un percorso di recupero per gli uomini accusati di maltrattamenti e sotto processo potrebbe davvero rappresentare un’attività di prevenzione strategica, che si concentra sui carnefici e non solo sulle vittime, o è solo una perdita di tempo?”

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